Riprendo queste pagine ingiallite, dopo mesi frenetici di distacchi, e decido di cambiare per un attimo la loro destinazione. Ma, a pensarci bene, non sarà un attimo o forse si.
Leggo i giornali, per mia sfortuna, e scopro quanto ci sia di strano e apocalittico in ciò che leggo. Emerge uno spaccato centrifugato dove il bene è di colpo diventato male e il bianco è ormai nero.
Si, una realtà sovvertita volutamente da chi dovrebbe guidarci, comprenderci, istruirci.
Ma così non è. Nelle stanze dei bottoni si respira complicità allo stato puro che, per magia, esce allo scoperto travestita da avversità politica ed accesa competizione. Dubito ogni volta che vedo tutti quei noti nomi accapigliarsi per avere ragione e tentare di surclassare l'avversario, tirando fuori dal cilindro questa o quella parodia. E mi offendo quando chi dissente da tutto ciò con coraggio e in solitudine venga ripreso con uno strano termine di accusa: demagogia. La demagogia però dovrebbe essere ben altro che esprimere un'idea contraria a quella del potere, questo, semmai, è libertà. Ma ciò che più mi sconvolge è far passare per pagliuzza ciò che è una trave. La classe dirigente dovrebbe essere d'esempio, classe scelta e in quanto tale composta, sulla carta, dai migliori in società, da chi è capace di guardare oltre, compiere scelte coraggiose per togliere quest'ipoteca pesante che ci portiamo dietro da troppi anni. Essere dirigente di un Paese, qualunque esso sia, comporta responsabilità e impegno costanti. D'altra parte non è un obbligo. Chissà perchè, invece, ciò sembra ricadere solo su chi dirigente non è. Per incanto infatti ogni singola mancanza di responsabilità e di rigore, ogni singolo intoppo più o meno urlato, ogni singolo scandalo rientra magicamente in una fantomatica "sfera privata" che assolve così il "perseguitato" e indirizza l'opinione pubblica verso altro. Suvvia, siamo seri, io mi aspetto da un dirigente che sappia dirigere, che sia presente a se stesso e ai suoi elettori sempre e comunque, che dia conto del suo operato e che sia disposto a mollare se palesemente incapace. Non vige in tal senso alcun meccanismo di ereditarietà, nonostante sembri il contrario. Mi aspetto rigore, pulizia ed onestà. Mi aspetto, anche , tante delusioni a venire, che non so se sarò in grado di sopportare, mentre continueranno ad auto assolversi e auto referenziarsi tra parole vuote e fatti inesistenti.
lunedì 2 novembre 2009
mercoledì 1 luglio 2009
domenica 7 dicembre 2008
Scrivo
Non posso far altro che scriverti.
Scrivo perché non posso sentirti,
scrivo perché non posso vederti,
scrivo perché è ciò che mi resta, mentre l’altra parte di me si diverte a volatilizzarsi per poi ritornare con il carico della sua esperienza al seguito. Mi parla, mi racconta, ma ci accorgiamo di essere sempre allo stesso punto. Quel briciolo di fiducia che le avevo lasciato in custodia si è volatilizzato insieme ai secondi e ai minuti trascorsi in volo, e non è più tornato indietro.
Mi dispiace per questo: forse era proprio quel briciolo che mi faceva ancora assaporare l’effervescenza del mio animo, ora non ne ho più..come nel peggiore degli incubi è stata strappata via dalla sua terra. E allora? Dovrò pur cadere in piedi. Come farei a resistere a tanto altrimenti? Ecco, estraggo dal cassetto del mio animo questo foglio che avevo lasciato in bianco nell’attesa di poterlo riempire di te, ma è passato troppo tempo ormai e per non lasciarlo ingiallire ci sto scrivendo su, nonostante tutto.
Quanto vorrei poter credere che prima o poi ti ritroverò,
quanto vorrei ancora credere di essere pronta a riconoscerti,
quanto vorrei ancora sperare di sconvolgere tutto ciò che ho costruito fin ora solo perché sei tu a chiedermelo con la tua gentilezza e la tua dolcezza.
Quanto vorrei che fosse proprio quella dolcezza che conosco bene a tenermi compagnia,
tutte le volte che mi sento giù,
tutte le volte che non gira affatto bene,
tutte le volte che il mio mondo d’improvviso si svuota. Quella dolcezza che ho sognato, immaginato, controllato, osservato…quella dolcezza che conosco bene, perché è l’unica in grado di esplorarmi, di analizzarmi e comprendermi. L’unica alla quale non so resistere, l’unica alla quale lascio aperte le pagine del mio libro, triste e scuro. Ma succede ogni volta così, la tua dolcezza colora e illumina, è un miracolo del quale sono testimone, lo giuro, l’ho visto, c’ero e ne sono ancora stordita. La magia del tuo suono irrompe nella mia aria solitaria, la destabilizza e la scioglie.
E allora?
Mi chiedo perché mai ci metti così tanto ad arrivare, eppure il suono di quella voce era stato chiaro. Saresti arrivato presto, ne ero sicura. Ora quella certezza mi manca e vacillo nei miei pensieri, nei miei dubbi, nelle mie domande, si, sai benissimo, che mi sono sempre riempita di punti interrogativi, di occasioni da scoprire. E lo faccio ancora.
Mentre sull’uscio di casa, mi diverto ad ascoltare i tuoi passi, non perdo tempo. Entro e ti scrivo, come sto facendo ora. Solo questo mi resta. Parlarti nell’intimità dei miei silenzi.
Ti chiedo di essere veloce, di trovare la strada giusta,
ti chiedo di non perderti nelle traverse dei miei giorni, ma seguire le indicazioni come hai letto. Sono precise, non puoi sbagliare..nel frattempo ti scrivo, e rileggo i sogni, che tanto di te mi hanno confidato e tu neanche lo immagini. Poi ti racconterò tutto, lo prometto.
Scrivo perché non posso sentirti,
scrivo perché non posso parlarti,
scrivo perché non posso vederti,
ma solo per un po’.
Scrivo perché non posso sentirti,
scrivo perché non posso vederti,
scrivo perché è ciò che mi resta, mentre l’altra parte di me si diverte a volatilizzarsi per poi ritornare con il carico della sua esperienza al seguito. Mi parla, mi racconta, ma ci accorgiamo di essere sempre allo stesso punto. Quel briciolo di fiducia che le avevo lasciato in custodia si è volatilizzato insieme ai secondi e ai minuti trascorsi in volo, e non è più tornato indietro.
Mi dispiace per questo: forse era proprio quel briciolo che mi faceva ancora assaporare l’effervescenza del mio animo, ora non ne ho più..come nel peggiore degli incubi è stata strappata via dalla sua terra. E allora? Dovrò pur cadere in piedi. Come farei a resistere a tanto altrimenti? Ecco, estraggo dal cassetto del mio animo questo foglio che avevo lasciato in bianco nell’attesa di poterlo riempire di te, ma è passato troppo tempo ormai e per non lasciarlo ingiallire ci sto scrivendo su, nonostante tutto.
Quanto vorrei poter credere che prima o poi ti ritroverò,
quanto vorrei ancora credere di essere pronta a riconoscerti,
quanto vorrei ancora sperare di sconvolgere tutto ciò che ho costruito fin ora solo perché sei tu a chiedermelo con la tua gentilezza e la tua dolcezza.
Quanto vorrei che fosse proprio quella dolcezza che conosco bene a tenermi compagnia,
tutte le volte che mi sento giù,
tutte le volte che non gira affatto bene,
tutte le volte che il mio mondo d’improvviso si svuota. Quella dolcezza che ho sognato, immaginato, controllato, osservato…quella dolcezza che conosco bene, perché è l’unica in grado di esplorarmi, di analizzarmi e comprendermi. L’unica alla quale non so resistere, l’unica alla quale lascio aperte le pagine del mio libro, triste e scuro. Ma succede ogni volta così, la tua dolcezza colora e illumina, è un miracolo del quale sono testimone, lo giuro, l’ho visto, c’ero e ne sono ancora stordita. La magia del tuo suono irrompe nella mia aria solitaria, la destabilizza e la scioglie.
E allora?
Mi chiedo perché mai ci metti così tanto ad arrivare, eppure il suono di quella voce era stato chiaro. Saresti arrivato presto, ne ero sicura. Ora quella certezza mi manca e vacillo nei miei pensieri, nei miei dubbi, nelle mie domande, si, sai benissimo, che mi sono sempre riempita di punti interrogativi, di occasioni da scoprire. E lo faccio ancora.
Mentre sull’uscio di casa, mi diverto ad ascoltare i tuoi passi, non perdo tempo. Entro e ti scrivo, come sto facendo ora. Solo questo mi resta. Parlarti nell’intimità dei miei silenzi.
Ti chiedo di essere veloce, di trovare la strada giusta,
ti chiedo di non perderti nelle traverse dei miei giorni, ma seguire le indicazioni come hai letto. Sono precise, non puoi sbagliare..nel frattempo ti scrivo, e rileggo i sogni, che tanto di te mi hanno confidato e tu neanche lo immagini. Poi ti racconterò tutto, lo prometto.
Scrivo perché non posso sentirti,
scrivo perché non posso parlarti,
scrivo perché non posso vederti,
ma solo per un po’.
martedì 18 novembre 2008
Tormento


Parole e immagini stordiscono i timpani,
ne bruciano i sensori,
cercano attenzione e trovano ostruzionismo,
o almeno questo cerco di fare.
Difficile da reggere,
mentre un uragano
di emozioni mi invade costringendomi all’immobilità su questa sedia,
scura e immobile come me, distante e afona come me.
di emozioni mi invade costringendomi all’immobilità su questa sedia,
scura e immobile come me, distante e afona come me.
Cento passi non basterebbero ad avvicinarmi alla meta,
la scoperta delle origini e del futuro.
Futuro incerto e fumoso più che mai,
avvolto dalle nebbie e dal fumo delle mie innumerevoli sigarette.
La mia àncora, la mia identificazione, la mia compagnia.
La mia àncora, la mia identificazione, la mia compagnia.
Ribelle, maledettamente ribelle,
pulsioni vorticose e prepotenti spazzano
via la volontà,
la calpestano con superficialità e noncuranza
lasciando spazio ai miei pensieri, altrettanto tormentati.
pulsioni vorticose e prepotenti spazzano
via la volontà,
la calpestano con superficialità e noncuranza
lasciando spazio ai miei pensieri, altrettanto tormentati.
Vedrò un’altra alba sotto un altro cielo,
prima o poi, la speranza nel nuovo mi conforta,
il sorriso spunta e la tormenta dell’uragano lascia il posto
ad una sottile pioggia primaverile, carezzevole e rinfrescante,
profumata e delicata.
prima o poi, la speranza nel nuovo mi conforta,
il sorriso spunta e la tormenta dell’uragano lascia il posto
ad una sottile pioggia primaverile, carezzevole e rinfrescante,
profumata e delicata.
Mi piace il suo rumore.
Mi lascio bagnare dalle sue minuscole particelle d’acqua,
scrollandomi di dosso la stanchezza dei miei pensieri.
venerdì 10 ottobre 2008
ritorno al progresso
Eccomi di ritorno finalmente..
Per la verità la mia è stata un'assenza forzata e tutt'altro che digerita.
Nel frattempo però non ho di che lamentarmi: le giornate sono volate via in trepidante attesa di parlare con l'operatore di turno e cercare di capire che diavolo stesse succedendo alla connessione (e non solo). Mi era invece chiaro cosa stesse succedendo ai miei neuroni: l'unico ancora rimasto a farmi compagnia era intento a sbaraccare e pronto ad unirsi allo sciopero ad oltranza proclamato dai colleghi. Poi ci si è messo anche il fegato che, malsopportando la terribile canzonetta d'attesa (che per la verità durava quanto un'intero cd) ha cominciato a sputare bile e procurarmi così dei terribili e pungenti dolori.
Tornando al magico call center ho tratto le mie conclusioni.
1) i problemi che riguardavano il mio apparato e il tratto di linea a me assegnato risultavano compromessi da almeno 1000 problemucci diversi. Tiè che fortuna!
2) il tecnico contattato per la verifica in sede è stato attaccato da un virus non meglio identificato che lo ha costretto a letto per un paio di settimane
3) i fax e le raccomandate di reclamo da me regolarmente spedite hanno preferito farsi un bel viaggetto in quel dei Caraibi, approfittando del volo pagato
4) la lucidità degli operatori con i quali ho avuto modo di chiacchierare del più e del meno (vista l'assenza di informazioni in merito al mio "problemuccio") avevano la stessa lucidità di Britney Spears prima di un concerto.
Qui i casi sono due:
A) La mia linea telefonica è stata posta sotto sequestro per via di un'azione di spionaggio promossa dalla Banda Bassotti..bè si sa..Ubi Maior..
B) I gestori se ne strafregano degli utenti e non solo, convinti come sono che il piccione viaggiatore e i segnali di fumo sono strumenti di comunicazione tutt'altro che superati.
A tal proposito e propendendo per la tesi B ho appena assunto un piccione viaggiatore..non si può mai sapere..
E lo chiamano progresso.
Per la verità la mia è stata un'assenza forzata e tutt'altro che digerita.
Nel frattempo però non ho di che lamentarmi: le giornate sono volate via in trepidante attesa di parlare con l'operatore di turno e cercare di capire che diavolo stesse succedendo alla connessione (e non solo). Mi era invece chiaro cosa stesse succedendo ai miei neuroni: l'unico ancora rimasto a farmi compagnia era intento a sbaraccare e pronto ad unirsi allo sciopero ad oltranza proclamato dai colleghi. Poi ci si è messo anche il fegato che, malsopportando la terribile canzonetta d'attesa (che per la verità durava quanto un'intero cd) ha cominciato a sputare bile e procurarmi così dei terribili e pungenti dolori.
Tornando al magico call center ho tratto le mie conclusioni.
1) i problemi che riguardavano il mio apparato e il tratto di linea a me assegnato risultavano compromessi da almeno 1000 problemucci diversi. Tiè che fortuna!
2) il tecnico contattato per la verifica in sede è stato attaccato da un virus non meglio identificato che lo ha costretto a letto per un paio di settimane
3) i fax e le raccomandate di reclamo da me regolarmente spedite hanno preferito farsi un bel viaggetto in quel dei Caraibi, approfittando del volo pagato
4) la lucidità degli operatori con i quali ho avuto modo di chiacchierare del più e del meno (vista l'assenza di informazioni in merito al mio "problemuccio") avevano la stessa lucidità di Britney Spears prima di un concerto.
Qui i casi sono due:
A) La mia linea telefonica è stata posta sotto sequestro per via di un'azione di spionaggio promossa dalla Banda Bassotti..bè si sa..Ubi Maior..
B) I gestori se ne strafregano degli utenti e non solo, convinti come sono che il piccione viaggiatore e i segnali di fumo sono strumenti di comunicazione tutt'altro che superati.
A tal proposito e propendendo per la tesi B ho appena assunto un piccione viaggiatore..non si può mai sapere..
E lo chiamano progresso.
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